Le Fondazioni sono la cerniera del welfare italiano

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29 Dicembre 2020 ITALPRESS 0
Le Fondazioni sono la cerniera del welfare italiano

MILANO (ITALPRESS/WEWELFARE.IT) – Nell’autunno del 2021 sarà presentato il Quinto Rapporto sul secondo welfare in Italia, che raccoglierà le principali ricerche condotte nel biennio 2020-2021 da Percorsi di secondo welfare, Laboratorio dell’Università degli Studi di Milano che da un decennio analizza e racconta i cambiamenti in atto nel sistema sociale del nostro Paese. Secondo Welfare sta realizzando un percorso di ricerca che coinvolge organizzazioni del Terzo Settore, enti filantropici, imprese, parti sociali e attori pubblici che a vario titolo operano nel campo delle politiche sociali. L’obiettivo, anche grazie al loro contributo, è realizzare un Rapporto di ricerca in grado di descrivere la complessità del presente, che aiuti ad approfondire le sfide imposte dalla pandemia di Covid-19 al nostro welfare e identificare come affrontarle in maniera efficace.
L’incontro pubblico ‘Più bisogni, quali risorse? Le sfide del secondo welfare di fronte alla pandemià, svoltosi online a causa delle misure per il contenimento del virus, è stato aperto da Franca Maino, direttrice di Percorsi di secondo welfare e docente dell’Università degli Studi di Milano, che ha spiegato come i ricercatori del Laboratorio da tempo siano impegnati a comprendere come la crisi del Covid stia influenzando il sistema sociale italiano e, in particolare, in che modo si stiano ridefinendo i rapporti tra Pubblico e privato e tra il livello nazionale e locale. La realtà fluida e imprevedibile di questi mesi non permette ancora di capire a pieno la portata dei cambiamenti in atto. Proprio per questo, attraverso tre Focus Group, il team di ricerca si è confrontato con testimoni privilegiati che si occupano di filantropia, welfare aziendale e welfare di prossimità.
Maino ha raccontato che la filantropia può essere una preziosa cerniera tra pubblico e privato per irrobustire gli interventi di welfare sui territori. A questo scopo, tuttavia, gli attori filantropici, da un lato, sono alla ricerca di strumenti e luoghi di confronto che permettano loro di allinearsi su questioni chiave, come la lettura dei bisogni, l’individuazione di esperienze positive e l’implementazione di soluzioni efficaci. Dall’altro, si interrogano su quale possa essere la strada migliore per fare advocacy rispetto all’attore pubblico, stimolando l’innovazione dentro e insieme alla PA. La vera sfida in questo senso sta nella capacità di co-progettare gli interventi e, soprattutto, metterli in atto senza temere il fallimento, da cui c’è sempre molto da imparare. Proprio la possibilità di “sbagliare” è individuata dagli attori della filantropia come una caratteristica che non va persa ma, anzi, andrebbe valorizzata mettendo in comune gli errori così da evitare che altri possano commetterli.
Sul fronte del welfare aziendale, invece, Maino ha riportato come oggi per gli attori che operano in questo mondo il grande tema sia il superamento dell’autoreferenzialità per “riconoscersi” reciprocamente come interlocutori che possono generare cambiamento. Se questo avvenisse, grazie in particolare alla territorializzazione degli interventi, si aprirebbero opportunità importanti per una migliore integrazione dei servizi e per fare rete, allo scopo di fornire risposte necessarie a contrastare le diseguaglianze crescenti. In tal senso, ha sottolineato Maino, sarebbe preziosa anche una regia nazionale che possa indicare alcune linee da seguire a livello locale per creare sinergie tra Pubblico e privati.
Per quanto riguarda il cosiddetto welfare di prossimità, invece, appare necessario ripartire dal welfare locale per lasciarsi alle spalle interventi di stampo familistico e assistenziale. In particolare, una maggiore centralità della società civile e del Terzo Settore, capace di rafforzarsi attraverso innovazione e ibridazione, potrebbe essere favorita attraverso forme concrete di co-progettazione con il Pubblico, in grado di mobilitare le comunità e dare vita ad alleanza inedite. Il protagonismo dei territori dovrebbe tuttavia essere sempre conciliato con l’universalismo dei diritti, e in questo quadro l’auspicio è che la legge 328/2000, a vent’anni dalla sua introduzione, possa esprimere finalmente tutto il suo potenziale.
Nel corso della successiva tavola rotonda moderata da Alberto Puliafito, direttore di Slow News, Francesco Profumo, Presidente dell’ACRI, e Tiziano Treu, Presidente del CNEL, si sono confrontati su quanto emerso durante la prima parte dell’incontro.
Francesco Profumo ha ricordato che “di fronte all’emergenza innescata dalla pandemia da Covid-19, le Fondazioni di origine bancaria si sono subito attivate per supportare le autorità sanitarie e le organizzazioni che aiutano le persone più colpite dalla crisi. Questa doverosa risposta all’emergenza non ha, però, stravolto il modo di operare nè gli obiettivi di lungo periodo delle Fondazioni. Esse, infatti, continueranno a svolgere il loro ruolo di agenti dello sviluppo sostenibile e inclusivo dei territori e del Paese. Come hanno sempre fatto in questi trent’anni, continueranno ad essere attivatori di comunità e sperimentatori di progettualità per contrastare le disuguaglianze e favorire il bene comune”.
Tiziano Treu ha invece sottolineato come “il welfare aziendale è stato capace di rispondere a nuove urgenze legate al contenimento del virus: introducendo dispositivi e regole di sicurezza per evitare contagi sui luoghi di lavoro, integrando il reddito dei lavoratori sospesi dall’attività, prevedendo ulteriori misure di conciliazione come permessi e congedi. In prospettiva, quando il welfare aziendale tornerà a regime, dovrà prevedere interventi su bisogni “strutturali”, supplenza a carenze del welfare pubblico, integrazione al salario per facilitare rinnovi contrattuali ma anche la ricerca di sinergie con enti locali e welfare on top per regolamento aziendale. Restano però problemi aperti su cui fare attenzione: come raggiungere le PMI, ma anche come riordinare le priorità per quel che riguarda gli incentivi fiscali”.
Livia Turco, che non è riuscita a intervenire, ha condiviso per iscritto il proprio pensiero, che riportiamo di seguito. “La pandemia ci dimostra il valore del welfare di prossimità: costruire legami umani, prendersi cura delle persone, costruire comunità. Bisogna però compiere delle scelte nette per realizzare il Welfare Sociale, pilastro previsto dalla “Legge Quadro per un sistema integrato di interventi e servizi sociali”. La 328/2000 è infatti rimasta inapplicata nella parte che definisce i Livelli Essenziali dei Servizi e Prestazioni, che debbono essere finanziati da un adeguato Fondo Sociale Nazionale. Bisogna ripartire da qui, con un ruolo autorevole del soggetto pubblico come sollecitatore di responsabilità per l’inclusione sociale verso tutti gli attori economici e sociali. Attraverso la co-progettazione deve saper coinvolgere le competenze del Terzo Settore e costruire un’integrazione tra welfare pubblico, welfare aziendale e welfare delle fondazioni bancarie attraverso i Patti Territoriali per il Benessere Sociale, al fine di realizzare obiettivi condivisi di benessere e inclusione sociale”.
Le conclusioni dell’incontro sono state affidate a Maurizio Ferrera, Scientific Supervisor di Percorsi di secondo welfare e professore di Scienza Politica dell’Università degli Studi di Milano. Ferrera ha ricordato i limiti che ancora sconta il welfare pubblico: prevalenza di trasferimenti monetari rispetto ai servizi, squilibri distributivi tra insider (dipendenti pubblici) e outsider (autonomi, precari) del mondo del lavoro, gap di genere e una generalizzata difficoltà di accesso per i cittadini. Anche il secondo welfare, tuttavia, non è esente da criticità. Dopo dieci anni di studi è ancora evidente la perdurante frammentazione dei servizi, a cui si aggiunge una diffidenza ideologica di alcune parti della società che faticano ad accettare il ruolo di Terzo Settore e attori privati, anche quando questi si incastrano virtuosamente con l’azione pubblica.
Secondo Ferrera la pandemia può però essere un’occasione per affrontare questi limiti. A livello micro, ad esempio, agendo per rafforzare i servizi territoriali – soprattutto tramite pratiche di co-progettazione e co-produzione che coinvolgano Pubblico e privati – per affrontare in particolare i rischi nel campo della conciliazione famiglia-lavoro, della non autosufficienza e dell’esclusione lavorativa. In questo senso Ferrera ha parlato dell’esperienza di France Service, in cui diversi attori del secondo welfare (fondazioni, associazioni, corpi intermedi…) in coordinamento con lo Stato francese, agiscono come broker del welfare, aiutando i cittadini a districarsi tra i servizi esistenti e favorendone l’accessibilità. Delle vere e proprie “case del welfare”, che stanno diventando anche punti di aggregazione sociale e culturale. A livello macro si potrebbero invece colmare “buchi” importanti sul fronte assicurativo e previdenziale, dove mancano strumenti integrativi adeguati alle nuove esigenze della società.
In generale, secondo Ferrera, abbiamo di fronte alcune sfide precise per limitare queste debolezze e aprire la strada a un “neo-universalismo sostenibile”: un raccordo più diretto all’agenda UE sull’innovazione sociale e sulle “città del futuro”, la creazione di cabine di regia per la creazione di ecosistemi sociali integrati, la canalizzazione di investimenti di banche e imprese per la sostenibilità sociale, un incentivo alla “creatività” da parte del mondo assicurativo.
(ITALPRESS).